
Facciamo innanzitutto chiarezza su alcune narrazioni tossiche – come dicono quelli che maneggiano poco il vocabolario dei sinonimi: abbiamo necessità di un’indagine accurata dei meccanismi degli algoritmi, perché molti di noi si sono accorti che da qualche parte qualcosa non funziona.
Proprio ieri è uscita una notizia riguardante una sorta di reverse engineering sul modo con cui le intelligenze artificiali ragionano per ottenere come output il testo meravigliosamente scritto a cui ormai siamo abituati. Ecco per l’algoritmo dei social funziona un po’ nello stesso modo, dobbiamo cercare di risalire ai percorsi di senso tramite i quali i social ci presentano le notizie meritevoli di attenzione, gli atti degni di menzione, nel nostro feed ovvero per come si presenta la nostra bacheca popolata dai contenuti decisi dall’algoritmo, soltanto per noi.
C’è una cosa da chiarire subito ovvero che l’algoritmo non è un’entità autonoma, un alieno, ma è stato disegnato e progettato da esseri umani proprio per catturare l’attenzione – e lo sappiamo bene dentro l’economia dell’attenzione – in modo tale da riuscire a rapirci in base ai nostri stessi comportamenti abituali.
L’obiettivo è decisamente massimizzare l’interazione ovvero tenerci dentro questi stabilimenti di umanità, evitare di farci uscire, tutto si gioca all’interno del Giardini Murati dei social network più popolari.
Noi però non siamo vittime passive: noi in prima persona produciamo il contenuto dei social, e quei contenuti che hanno successo guarda caso sono proprio quelli che ci aspettiamo secondo nostre predisposizioni cognitive.
Sul piano della forma senza dubbio vengono premiate la semplificazione e il sensazionalismo, nonché una certa spreadability cioè la capacità di certi contenuti di poter essere spammati e condivisi.
Ci sono molti algoritmi per ogni social, centinaia di variabili su cui veniamo profilati, e ciascuno di essi cattura aspetti diversi della nostra interazione, ci sollecitano e ci solleticano in modo diverso riguardo al nostro restare agganciati al flusso.
Ma in ogni caso va stabilito come la propagazione di forme di disinformazione non nasca certo con i social – formidabili macchine di amplificazione – ma bensì da quelli che definiamo media tradizionali che da decenni coltivavano simili comportamenti in noi, essendosi via via specializzati nel clickbaiting nei titoli urlati senza poi poter offrire un serio factchecking se non in casi molto particolari e sporadici.
I contenuti dichiaratamente falsi non nascono dall’intera popolazione, ma da una piccola minoranza di utenti, in grado di confezionare pacchetti di informazione solleticando proprio i nostri bias cognitivi.
Il problema, oltre a cercare di comportarsi bene evitando di condividere sciocchezze (ma qui cadiamo nello psicologismo), riguarda soprattutto il ragionare su quelle che sono le modalità con cui possiamo governare l’informazione, avendo ancora alcuni di noi fiducia nel fatto che una buona informazione diffusa e verificata sia un meccanismo fondamentale per una democrazia funzionante.
Certo i social media hanno un impatto significativo sulle nostre opinioni e decisioni, plasmano la percezione del mondo perché sono veloci e colpiscono ampiamente l’opinione pubblica personalizzando appunto l’esperienza della fruizione per ognuno di noi secondo le nostre caratteristiche di apprensione delle informazioni della notizia e dei contenuti. Quello che servirebbe sarebbe comprendere meglio i meccanismi profondi del funzionamento della macchina basandoci su fatti e su dati, avere un approccio più scientifico nell’analizzare le distorsioni che i social agitano nel nutrire l’opinione pubblica, concretamente negli atteggiamenti che innescano e nei comportamenti a cui poi danno luogo.
(post dettato, da cui si evince che parlo meglio di come scrivo)